Di GAETANO CAMPIONE

01 Novembre 2018 – Da La Gazzetta del Mezzogiorno

Cantatore, il Libano e quel grazieche aspetta da quarant'anni

l leader di Hezbollah: “Oltre 8mila italiani le devono molto e non lo sapranno mai”La Nazionale di calcio a BeirutDagli eventi non si è fatto mai sorprendere.
Anzi, ha cercato sempre di prevenirli. E da trent’anni aspetta che qualcuno gli dica grazie. Il capitano barese Corrado Cantatore, il “Charlie Charlie” – era il suo nominativo radio – di Italcon 2, la missione del contingente italiano in Libano del 1982, oggi è in pensione. Il tempo ha trasformato i baffi da neri a sale e pepe, la corporatura è rimasta massiccia, con qualche chilo di troppo. Da elicotterista dell’Aviazione leggera dell’Esercito, a Lawrence d’Arabia di casa nostra, capace di destreggiarsi nel labirinto libanese,  protagonista delle trattive con tutte le fazioni e della raccolta di informazioni che evitarono agli italiani il bagno di sangue costato ai marines americani 241 morti e 60 feriti e ai paracadutisti francesi 58 morti e 15 feriti.

La causa? Le due autocisterne trasformate in altrettanti camion bomba che fecero saltare in aria le sedi dei due contingenti stranieri.

Cantatore era l’uomo che sussurrava ai cannoni e ai mortai delle milizie e riusciva a farli tacere. “Mister Italair”, un altro dei suoi soprannomi, era l’uomo delle emergenze da risolvere, delle tregue cronometriche per far passare attraverso le barricate controllate da uno o dall’altro contendente un convoglio di civili. 

Il libro di ricordi di “Charlie Charlie” è in realtà una enciclopedia. Non completamente consultabile: “Ci sono pagine che è giusto non vengano mai sfogliate. Anche perché l’inesorabile trascorrere del tempo riduce sempre di più il numero dei protagonisti di quei giorni”.

Gli attentati non si possono dimenticare. Cosa le è rimasto impresso?

“Tutto. A cominciare dalla giornata. Vivevo al di fuori della sede del contingente italiano. Avevo una casa di fronte all’ambasciata americana a Beirut. La sede diplomatica saltò in aria qualche mese dopo. Ascoltai distintamente l’esplosione. Un suono cupo. Un rombo lungo e capii che era successo qualcosa di grosso. In Libano le notizie corrono alla velocità della luce. Accesi la radio. Arrivavano le prime informazioni. Mi vestii in gran fretta quando saltò in aria la sede dei francesi. Il mio terrore era che arrivasse qualcosa anche a noi. Lo avevo saputo nei giorni precedenti, ma ero stato assicurato che non ci sarebbe stata nessuna azione contro il contingente italiano. In un mondo dove non esistono accordi scritti, ci può essere sempre un margine di incertezza. Avevamo prese comunque delle contromisure: muri di terra alti come argini di fiumi, tagliammo in due la strada per l’aeroporto, check-point con veicoli blindati. Insomma, se ci avessero provato a farci saltare in aria, non ci sarebbero riusciti”.


Nessuno l’ha mai ringraziata?

“No. Ho ottenuto una croce al valor militare su proposta di un generale irlandese. Lui arrivò in elicottero e si trovò sotto il tiro di mortai. Mi sostituii alla torre di controllo, feci un paio di telefonate alle persone giuste e l’elicottero col generale atterrò senza problemi. La benemerenza doveva essere una medaglia d’argento. Che si perse lungo i corridoi dello Stato Maggiore. L’Italia non era pronta a concedere medaglie a militari che svolgessero il loro dovere”.
Però ha ottenuto una promozione per meriti eccezionali. “Mi è arrivata quando non serviva più a nulla. Cioè un giorno prima della promozione dei miei colleghi di corso”.
Italcon è stata la “madre di tutte le missioni” italiane. Da allora il nostro Paese ha fatto un salto di qualità che oggi ci viene riconosciuto da tutto il mondo.

“Nel 1982 l’inesperienza del nostro Stato Maggiore rappresentò una fortuna per quanti furono impegnati in Libano. A Roma non erano preparati per affrontare un teatro operativo così complesso e furono costretti a lasciare libera iniziativa a chi era sul campo. Godemmo di una grande autonomia e il contingente italiano trovò al suo interno le risorse umane per far fronte alla situazione. Partimmo come una forza di pace, finimmo, nostro malgrado, per essere visto come una fazione in guerra. Da allora ad oggi sono stati fatti passi da gigante”.
Qualche esempio?
“L’esperienza maturata da tutti coloro che oggi sono ai vertici delle Forze armate e delle forze speciali. I nostri contingenti hanno dimostrato di avere una capacità di adattamento alla realtà nella quale operano, unica. Non ci comportiamo come gli eserciti coloniali che si chiudono nel forte e inviano una colonna all’esterno ogni tanto. Noi cerchiamo il contatto con la popolazione locale, il dialogo”.


Insomma, il soldato italiano è diventato più… soldato?

“Non è un gioco di parole. Prima di Italcon i soldati erano impiegati nelle grandi calamità naturali. Io ho partecipato ai soccorsi per i terremoti del Belice e del Friuli. Ricordo la frase di un soldato di leva a Beirut: Sono stato volontario al terremoto, questo mi sembra un terremoto umano. Invece, non c’era nulla di soprannaturale, nello scenario libanese. La guerra devastava tutto e tutti”.
Qual è il rammarico più grande?
“Quanto è stato fatto non è stato messo a frutto. Non ci sono stati i riconoscimenti economici giusti. Alle ricostruzioni dei paesi dilaniati da anni di conflitti, noi non partecipiamo. Dal Libano al Kosovo. La musica non è cambiata. Se potessi osare, darei vita ad un Dipartimento commerciale, in grado concretizzare le missioni internazionali che, non bisogna dimenticarlo, costano al contribuente, attraverso una ricostruzione efficace, efficiente e coordinata.  L’istituzione Difesa non va lasciata sola. E’ arrivato, a volte, il solo riconoscimento politico, in termini di credibilità internazionale. Dopo la guerra tra Israele e Hezbollah, le Nazioni unite, per dividerli hanno inviato 2600 italiani. Accettato da tutti. I francesi avevano offerto 83 militari delle forze speciali”.


    Il modello Italcon è stato rivisto è corretto?

“Certo. Ora la force protection di un contingente è codificata. Esiste un coordinamento più stretto tra tutti gli attori sul terreno. C’è il coinvolgimento dell’intelligence: dal flusso di informazioni non si può prescindere”.


Il Libano oggi?

“Mi piace questa frase, sempre attuale: il Libano sta alla Siria, come il petrolio alla famiglia Saudita. Con l’andata via dei palestinesi il teatro libanese è sceso a livello di conflitto locale, si è trasformato in una specie di faida interna. Ma non va mai sottovalutato. O ignorato. L’Italia nel 1984 lasciò il Paese dei cedri con la bandiera tricolore che sventolava. Non fuggimmo nella notte come fece qualcun altro, lasciando manichini al posto dei soldati. Andrebbe ricordato più spesso. Siamo un Paese con poca memoria”.


Ci sarà però un’immagine indelebile dell’esperienza libanese da raccontare?

“I miliziani del Fronte democratico palestinese non volevano lasciare un checkpoint sulla gallerie Saaman, una delle porte d’accesso alla città. Da qui dovevano passare i profughi palestinesi che avremmo dovuto scortare fino alla parte controllata dai siriani. Non era solo una questione politica. Dai check point arrivavano anche i soldi sotto forma di pedaggi. Per convincerli, mentre si trattava ad alto livello, mi offrii come ostaggio in modo da ammorbidire le posizioni di chi era materialmente sul posto. Del gruppo faceva parte un bambino di 10 anni. Era buio, perché la luce poteva rappresentare un prezioso alleato per i cecchini. E il bambino era l’unico che parlasse un po’ d’inglese, avendo avuto una esperienza con l’Onu. Lui, nonostante la giovane età, montava e rimontava il fucile mitragliatore Kalasnikov. Gli chiesi se fosse mai andato a scuola. Mi rispose di no. Mi raccontò della sua famiglia sparsa per il Libano, dle suo lavoro di miliziano. Quando tutto finì, gli regalai una penna. Una di quelle comunissime Bic. Lui contraccambiò con la baionetta del Kalashnikov. Mi salutò dicendo: “Stringila forte col pollice e colpisci dall’alto in basso”.  Sapeva già come si uccide un uomo. Ecco, Beirut è stata e sarà sempre una città che fornisce più domande che risposte”.


Una spiccata capacità per le pubbliche relazioni lo ha portato ad essere amico di Oriana Fallaci (è lui il capitano Charlie Charlie, uno dei protagonisti del romanzo InshAllah), Enzo Biagi, Carlo Rossella, Antonio Ferrari, Paolo Guzzanti e a lavorare a stretto contatto con i servizi segreti di Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Israele, Marocco, ricevendo consensi e ringraziamenti.
 Nel salutarlo, un diplomatico inglese di alto livello gli disse: “Voi avete avuto due grandi ministri degli Esteri, Galeazzo Ciano e Aldo Moro. Li avete uccisi entrambi. Se lei fosse inglese tornando in Patria le renderebbero gli onori che merita ed ai livelli più alti. Invece lei tornerà in Italia e lì nessuno la ringrazierà. Anzi, al suo rientro, le solleveranno qualche problema perché – nonostante abbia agito dietro le quinte – la notorietà che ha acquisito darà fastidio a molti”
Va così anche con Fadlallah, il leader allora emergente di Hezbollah che gli chiese: “Caro capitano, quanti italiani sono passati da qui nell’anno e mezzo in cui siete stati in Libano? Lui rispose oltre 8 mila e, curioso per la richiesta, volle sapere perché. La risposta non si fece attendere: Perché oltre 8mila italiani le devono molto e non lo sapranno mai. Mentre la popolazione musulmana di Beirut, molto più numerosa del suo contingente, sa quello che ha fatto per noi e le sarà sempre riconoscente”. 

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